mercoledì 30 aprile 2014

L'arte, idee e realtà

  Strano mondo quello dell'arte, questo è noto, semplice e complesso allo stesso  tempo. Semplice nei "cosa" e nei "quando", complesso nei "come" e nei  "perché". Ogni cosa o persona può essere vista in rapporto a te che la guardi o  al mondo che le sta intorno e siccome anche tu sei parte di quel mondo, allora  l'intreccio si complica alquanto e bisogna trovare le ragioni e i modi in cui ogni  elemento si rapporta con l'altro. Se l'arte la studi devi conoscere e districare  queste relazioni, se la fai allora le devi (o le puoi, se vuoi) creare, modificare, distruggere, se occorre. E questo è ciò che hanno fatto sempre gli artisti in  maniera più o meno consapevole, intuitiva a volte ma sempre tesa alla ricerca  del bello e dell'armonia secondo le concezioni estetiche della propria epoca. Superato  tutto questo, accantonate le ideologie di ogni tipo e colore, a noi è rimasto ciò  che va di moda definire con termine abusato anche a sproposito e spesso in  senso spregiativo, "relativismo".
  Tutta questa ragnatela di relazioni dà modo all'artista di spaziare da una  modesta visione delle cose, la banalità, la mediocrità, la convenzionalità ecc.  fino alla più alta libertà di pensiero e quindi di espressione, cioè la grande arte,  passando attraverso una vasta gamma intermedia, a seconda delle qualità  dell'artista. Naturalmente ho semplificato molto ma lo scopo è chiarire brevemente solo  alcuni punti che poi vanno approfonditi, non fare letteratura.
  La percezione immediata che abbiamo di una certa realtà o di un evento  dipendono ovviamente da diversi fattori occasionali, il tempo, il luogo, le  circostanze, la presenza di altre cose o eventi e quindi ci viene restituita  un'immagine influenzata in qualche maniera da quei fattori. Invece l'"idea" che  abbiamo di quella stessa realtà è la somma di tutte le esperienze ad essa  legate che abbiamo fatto fino a quel momento. Se osserviamo attentamente e  con la giusta disposizione d'animo un oggetto, per esempio, possiamo andare al di là  delle sue caratteristiche fisiche, formali e superficiali fino a raggiungere la sua  essenza, cioè la nostra "idea" personale che, pur essendo sempre soggettiva,  non sarà alterata da influenze esterne o lo sarà il meno possibile. Allora avremo  un'immagine che a seconda della personalità di ognuno può suscitare in noi  varie forme di emozioni o suggestioni o sentimenti che in quel momento sono  più sensibili agli stimoli esterni. Naturalmente questo non avviene  automaticamente sempre e in qualunque caso ma attaverso un particolare, una  combinazione casuale, una disposizione insolita, un gesto, una frase, insomma  qualunque cosa che scateni la nostra immaginazione e la nostra creatività.  

  Come si vede è tutto un gioco di relazioni, di reazioni e di rimandi in cui  finiscono per confondersi o fondersi i ruoli di soggetto, oggetto, realtà e finzione.  Tutti gli elememnti svincolati dai legami della consuetudine, della convenzionalità  e perfino dai luoghi comuni, sono ora liberi per nuove interpretazioni in una sorta  di puzzle semi irreale in cui ogni tassello cerca il suo posto, una nuova ragione  d'essere, un nuovo modo di esprimersi finché l'immagine raggiunge la forma  della nostra visione. Allora in un momento tutto appare chiaro in quella nuova  dimensione e ciò che prima magari era un particolare di una piccola realtà può  assumere, ora, valori più generali e quindi condivisibili attraverso il mezzo  artistico. 

"Quanti secoli per toccare appena l'ombra di un'idea!"  (P. Gauguin)
 
   A questo punto è opportuno qualche esempio chiarificatore.  Nell'immagine sotto si può vedere come un semplice strappo in una busta di carta può assumere la valenza di un grido,
una intima lacerazione, un'agitazione  quasi viscerale. L'altra non ha bisogno di commenti, segue gli stessi principi.

Natura...morta?



Medusa

Credo che l'arte debba essere intesa più o meno così, come espressione della realtà attraverso le idee e non esprimere le idee per mezzo della realtà o parti di essa. Le differenze sono enormi e gli esiti notevolmente diversi. Ma questa è un'altra storia.

lunedì 31 marzo 2014

Il potere dell'immaginazione

"L'immaginazione ha insegnato all'uomo il senso morale del colore, del contorno, del suono e del profumo: al principio del mondo ha creato l'analogia e la metafora. (...) è la regina del vero, ed il possibile è una provincia del vero; essa è, senza dubbio, imparentata con l'infinito." (C. Baudelaire)

C. Baeudelaire
 Su idee affini a questo concetto è nato e si è sviluppato,tempo dopo, il simbolismo, tanto da far ritenere Baudelaire il precursore di quel vasto ed eterogeneo movimento; e su questo concetto i teorici e gli storici dell'arte hanno scritto molto e, nonostante sia trascorso tanto tempo, molto scriveranno ancora. Io, che dell'arte sono un "operaio", invece, mi limiterò a qualche rapida considerazione circa le implicazioni sull'arte dei nostri giorni.
 Ogni epoca ha avuto la sua idea di immaginazione in base alla cultura del tempo, influendo, poi, nella sua arte. C'è stato anche chi ne ha fatto una via di fuga dalla realtà e chi l'avrebbe voluta al potere rimanendo, per fortuna, inascoltato. I sogni, i desideri, le speranze, le paure sono forme diverse di immaginazione. Perfino i ricordi, soprattutto se remoti, hanno una componente di immaginazione via via più grande quanto più si allontanano nel tempo. Infatti l'immaginazione spesso integra quelle parti più o meno piccole che il tempo inevitabilmente cancella, rendendo i ricordi più belli o più brutti e questo per un artista è molto importante. È il colore della vita.
  Tutta l'arte di ogni epoca è stata sempre un connubio più o meno felice di sapienza, emozione, intelligenza e, soprattutto, immaginazione, in tutte le sue componenti come l'ispirazione, l'intuizione, la fantasia. L'arte tocca le sue vette più alte quando l'immaginazione è più fervida, più libera da schemi precostituiti e da pregiudizi morali lasciando gli artisti liberi di esprimersi al meglio delle loro possibilità. Al contrario, quando l'immaginazione viene inibita, mortificata, repressa per ragioni religiose, morali o pseudo intellettuali allora l'arte che ne scaturisce non può che essere piatta e monotona o frivola e superficiale o non essere affatto arte. La storia è piena di esempi di questo tipo, periodi di grande arte come il Rinascimento o il Barocco, solo per citarne alcuni, veri e propri trionfi  dell'immaginazione, alternati ad altrettanti periodi di arte quanto meno disimpegnata e formale come certo tardo Manierismo, affidata alla fantasia più sregolata o come nel decorativismo esasperato del  Rococò. Non per niente lo stesso Beaudelaire ebbe a definire la fantasia da sola "dannosa come ogni libertà assoluta". Qui, per complessi motivi storico-sociali nonché religiosi, l'immaginazione ha avuto la peggio e l'arte si è in molti casi inaridita. Meglio di tante parole bastano due esempi per evidenziare le differenze: La quattrocentesca Nascita di Venere di S. Botticelli, in cui l'immaginazione riesce a esprimere in una scena un mito, un modello estetico e un ideale morale.





  E lo stesso soggetto, dipinto nel settecento, di F. Boucher: bellezza fine ma superficiale, voluttuosa, pura decorazione.



  Ora, per venire ai giorni nostri, tutto si può dire tranne che ci sia carenza di immagini, anzi ne siamo soffocati, vista la facilità con cui si possono produrre e diffondere. Che bisogno c'è, quindi, dell'immaginazione che è troppo lenta e impegnativa? Basta avere un po' di fantasia, più facile e sbrigativa e le nostre necessità creative saranno soddisfatte. Ma è sufficiente guardarsi un po' intorno per rendersi conto che non è proprio così. L'inflazione di immagini, si sa, porta alla banalizzazione delle stesse e di conseguenza alla ricerca di originalità sempre più spericolata. Si cerca di colpire l'attenzione con clamori, provocazioni e altro nella speranza o certezza di un po' di visibilità. Però con la sola fantasia non si ottiene altro che stravaganza e bizzarria. L'originalità è solo di quelli che sanno utilizzare l'immaginazione al meglio delle loro capacità. 
  Occorre originalità per creare realtà diverse, nuove prospettive, punti di vista non comuni, per dare un aspetto più comprensibile ai nostri tempi già così confusi, contraddittori, dalle molte facce ma dall'identità incerta e sfuggente. Catturare quegli istanti particolari che riscattino una banale quotidianità, che diano un senso alle cose e una forma alle idee, che trasformino l'ordinario in straordinario e che suscitino emozioni e desideri di conoscenza, fuori da troppe, facili e comode ambiguità. Guardare attentamente fra le pieghe delle cose o dei gesti, per tentare di carpire, al di là delle apparenze, un briciolo dell'essenza di quel mondo che scorre e vive fuori e dentro di noi. E questo è più difficile che manipolare  immagini magari paradossali, di forte impatto e di facile presa su un pubblico che spesso (non sempre per fortuna), non chiede che di essere stupito sempre di più, forse per superare la monotona alienazione della vita quotidiana. 
Dunque meno speculazione nell'arte e più invenzione, più emozione, più immaginazione... O forse non ne abbiamo più voglia?

sabato 15 febbraio 2014

La ragazza col turbante di Jan Vermeer



È in corso, a palazzo Fava, a Bologna, la tanto attesa e pubblicizzata mostra della "Ragazza con l'orecchino di perla" di Jan Vermeer (1632 - 1675), unica tappa europea. È arrivata come una regina, con tanto di corteo al seguito costituito da un gruppo di quadri del seicento olandese fra cui capolavori di Rembrandt, F. Hals, van Honthorst e altri che hanno lo scopo di farle da cornice e da contesto culturale. Insomma per non farla sentire sola. C'è tutto: il luogo prestigioso, l'organizzazione in grande stile, pubblicità a vagonate, la star di richiamo internazionale e i comprimari.


Jan Vermeer - La ragazza col turbante 1672-74

  Lo spettacolo è cominciato e come in tutti i mega show le prenotazioni sono una marea. Ma qualcosa non convince molti. A cosa può servire un apparato così imponente e costoso? Per quanto mi sforzi non riesco trovare altra risposta che questa: a fare soldi. Cos'altro? Un piccolo quadro esibito come un trofeo che puoi vedere finalmente da vicino dopo averne sentito parlare tanto. Poi, una volta soddisfatta la curiosità, cosa rimane se non un piccolo assortimento di opere anche importanti con l'ingrato compito di rendere l'idea di tutta un epoca? Non si può conoscere un grande artista come Vermeer attraverso un solo quadro, per quanto bello, famoso presso il grande pubblico più per un libro e un film di successo che per altro.



 È vero, c'è un altro quadro di Vermeer nella mostra, "Diana e le sue ninfe", ma non è rappresentativo. La sua paternità è stata a lungo controversa, prima era attribuito a Nicolaes Maes, ora è ritenuto uno dei primi quadri di Vermeer. Cosa può dare la povera ragazza col turbante (sarebbe questo il suo vero nome), sola, al centro di un'attenzione direi quasi morbosa, se non il surrogato di una fugace emozione per un mito che finalmente si materializza davanti a noi dandoci l'illusione di entrare per un momento in un mondo, in un'epoca che, però, ha bisogno di ben altro per essere compresa e apprezzata? Certo, non sarà una Barbie ma la sensazione che venga usata come se fosse qualcosa di simile c'è tutta.


J. Vermeer - Diana e le sue ninfe 1655

 L'impressione è che ciò che conta è la spettacolarizzazione per attrarre il pubblico, a scapito di tutto, anche col rischio di banalizzazione che è sempre in agguato in questi casi. Sicuramente si rimane a un livello di superficialità che non fa bene né al visitatore né tanto meno a Vermeer la cui pittura è di una ricchezza e complessità che uno o due quadri non potranno mai esprimere e il cui godimento non si può ridurre a qualche minuto di estatica contemplazione della famosa, magica luce di Vermeer, un "velo di silenzio" per dirla con Federico Zeri, magari vagando col pensiero a quella bellissima attrice che impersonava la "ragazza" nel film di Peter Webber (Scarlett Johansson). Si scambia la popolarità con la divulgazione.
 D'altra parte queste mostre sono figlie dei loro tempi. Cosa ci aspettiamo se le più grandi rassegne internazionali d'arte, per prime, privilegiano sempre gli aspetti plateali, spettacolari, spesso provocatori delle manifestazioni artistiche che ospitano? È vero, non c'è nulla di male in queste operazioni prevalentemente commerciali, a parte il trasporto certamente rischioso di queste opere delicatissime. Solo che la cultura non ne trae alcun beneficio, qualche portafogli sì. In questo modo l'arte sarà sicuramente molto più redditizia ma molto meno istruttiva.



giovedì 16 gennaio 2014

Botticelli e l'arte concettuale

Quando sento parlare di arte concettuale mi viene alla mente, spontaneo, il nome di Sandro Botticelli, uno dei primi, se non il primo artista concettuale ante litteram. Il '400 e relativo Rinascimento è una fonte inesauribile di indagini, scoperte, attribuzioni, interpretazioni, analisi critiche e storiche di ogni tipo. Un groviglio in cui non ho intenzione di addentrarmi, materia per storici dell'arte. Solo qualche considerazione da condividere su questo grande pittore per dire quanto diversa sia oggi l'idea di concettualità nell'arte contemporanea.


S. Botticelli - Adorazione dei Magi 1481-82 ( fonte: Web gallery of art)

    In effetti nella pittura di Botticelli la componente concettuale prevale su tutto. La natura non sembra interessarlo granché se non per trarne delle forme da idealizzare per giungere a un ipotetico concetto di 'Bellezza' secondo la dottrina neoplatonica dominante negli ambienti colti di Firenze, soprattutto alla corte medicea.
  La pittura di Sandro Filipepi (questo era il vero nome), classe 1445, iniziata nella bottega del Verrocchio, pur avendo dominato a lungo a Firenze, specialmente dopo la partenza di Leonardo, non poteva avere alcun futuro. Il declino di Botticelli presso i suoi contemporanei non è dovuto, però, a una perdita di qualità della sua pittura ma a una precisa scelta artistica in contrasto con la tendenza moderna che avrebbe portato alla grande pittura del cinquecento: l'arte come ricerca del bello nella perfezione della natura in quanto riflesso della perfezione divina. Per Botticelli, invece, esiste solo l'immagine ideale della natura, l'interpretazione che l'artista ne dà attraverso la sua sensibilità e la sua cultura. Quindi la sua pittura è soggettiva e intellettuale, non c'è spazio per il mondo reale in senso fisico.
  Dunque mentre Antonello, ad esempio, creava spazi con una prospettiva rigorosa, Botticelli la negava; Leonardo cercava di esprimere volumi sfumati, fusi con lo spazio circostante, Botticelli dipingeva figure senza corpo, fatte di linee e di luce, non c'era bisogno di spazio. Solo luce, linea e colore. Insomma una grande distanza dal razionalismo del suo poco più giovane amico e dai futuri Raffaello e Michelangelo con il quale fu pure in contatto.

S. Botticelli - Ritratto di ragazza 1480-85 (fonte:Web gallery of art)
  Forse l'influenza delle predicazioni del Savonarola nella seconda parte della vita di Botticelli è stata sopravvalutata soprattutto da G. Vasari, anche se ha lasciato indubbiamente delle tracce piuttosto forti nella sua opera più tarda, di carattere più cupo e impregnata di moralismo religioso. Questo, a grandi linee, il quadro in cui nacquero quei capolavori che tutti conosciamo e che per secoli tanto hanno incantato gli appassionati d'arte. Con solo luce, linea e colore, dunque, Botticelli ha costruito il suo mondo ideale, le sue allegorie classicheggianti. Non ha rappresentato il mondo naturale, la realtà ma la poesia che la sua visione estetica gli suggeriva. Tutto ciò che trattava veniva smaterializzato, ridotto a pura immagine fatta di luce e linee indefinite e ondulate. Per dirla con G. C. Argan, per Botticelli

   "Il bello ideale è...ciò che rimane della storia dopo che ha perduto ogni valore di ammaestramento. Dunque è un valore negativo, il valore della sembianza alla quale non corrisponde più una sostanza o un contenuto: è, in senso proprio, 'vanità'..."

  Per ottenere tutto questo Botticelli ha inventato quel suo stile arioso, leggero, fluttuante, sempre mosso, sinuoso, elegante ma soprattutto immortale. Che i suoi quadri siano pittura di idea lo si vede guardando attentamente i soggetti...

S. Botticelli - La Primavera (part. le Grazie) 1478 ( fonte: Web gallery of art)




  Basta soffermarsi brevemente su alcuni dettagli che saltano agli occhi ad una osservazione che vada oltre la semplice e comprensibile contemplazione della bellezza. Le immagini sono costruite attraverso una linearità che non definisce oggetti o corpi ma solo zone di luce e colore, i gesti non generano movimento ma ne suggeriscono solo l'idea, come nelle Grazie della "Primavera" dove le tre fanciulle hanno solo la posa della danza ma non i movimenti. I gesti sono una costruzione armoniosa fatta di fasci di linee ondulanti e vorticose delle vesti che modellano e rivelano i corpi fluendo verso l'alto fino ad esaurirsi nelle due mani unite. Il resto del quadro segue la stessa logica nella rappresentazione dell'allegoria che come tutta la pittura di Botticelli non è mai narrativa in senso stretto, non potrebbe esserlo visto il suo programma estetico.


S. Botticelli - La nascita di Venere 1485 (fonte: Web gallery of art)       

  Per rimanere nei quadri famosi, anche "La nascita di Venere" illustra molto bene questo modo di esprimersi per concetti. Anche qui Botticelli non racconta nulla, del resto il mito è conosciuto, espone solo il suo concetto di bellezza ideale coincidente con la bellezza morale allo stato nascente. Pura immagine, pura poesia e per questo sublime. Se tentassimo di tradurla in prosa otterremmo un risultato a dir poco ridicolo. Già è poco credibile che una, per quanto Dea, appena nata dalla schiuma del mare, non abbia addosso una sola goccia d'acqua e abbia i capelli asciutti, ben acconciati e svolazzanti. Aggiungiamo che sta a galla su un mare del tutto simbolico che più finto non si può, a bordo di una enorme mezza capasanta che viene spinta da due volonterosi venti che soffiano a più non posso, verso una fanciulla che l'attende con un drappo per coprirla, evidentemente già informata dell'avvenimento. Risibile.

La nascita di Venere - part.

  È chiaro quindi che la chiave di lettura è tutta intellettuale, fatta di pure forme e simboli, insomma concettuale. Questi due esempi famosi sono emblematici di tutta la pittura di Botticelli, sia religiosa che profana e forse per questo non è simpatico proprio a tutti. Però bisogna riconoscere che ha saputo dare una forma originale e perfettamente aderente alle sue idee tanto da rendere accessibile la sua pittura a diversi livelli di comprensione, dal più elementare al più intellettualmente elevato, ciò che la rende universale.
  Tornando al concettuale moderno e facendo le dovute differenze storiche e culturali, la semplificazione selvaggia di un pensiero a volte anche grossolano e un eccesso di fiducia nel potere evocativo e stimolante di quei mezzi che dovrebbero veicolarlo, anch'essi spesso rozzi e approssimativi, rendono questo tipo di arte tutt'altro che sublime e indimenticabile, qualità a cui, per altro, dichiaratamente non aspira. Il potenziale intellettuale non manca di certo ma si pratica il culto dell'estemporaneità e dell'effimero, arte da consumare subito. Sarebbe scontato adesso dire "del doman non c'è certezza" ma non mischiamo troppo le idee.
  In poche righe non si possono esaurire temi così complessi, solo pochi cenni, un pretesto per stimolare qualche riflessione sull'arte moderna e su un grande artista come Sandro Botticelli, fine intellettuale e ispiratore anche di artisti moderni. Con lui si chiudeva la stagione idealistica del Rinascimento, aveva raggiunto le vette più alte e solitarie, mentre l'arte già si avviava a grandi passi verso nuove, grandi avventure.

venerdì 6 dicembre 2013

Le donne di Klimt

  Ti guardano con occhi gelidi, languidi, maliziosi, ammiccanti, penetranti, ribelli e si potrebbero aggiungere molti altri aggettivi ma su tutti spicca quell'aria di sicurezza e a volte di sfida nei riguardi dello spettatore verso cui vogliono affermare una nuova condizione, un nuovo ruolo nella società. Sto parlando delle donne nei quadri di Gustav Klimt, soprattutto quelle dalla Secessione in avanti poiché prima la sua pittura, essendo di impronta tradizionale tendente ad imitare i modelli classici, esprimeva un tipo di donna più consono ai soggetti storici e alle allegorie ambientate in paesaggi dalle atmosfere idilliache e serene molto in voga nel torpore della Vienna  di fine ottocento, quasi per niente o pochissimo sfiorata dalle rivoluzioni artistiche di mezza Europa. 
  Ma infine una molla scattò anche in quella che era diventata la Vienna di Freud, di von Hoffmanstal, di Schnitzler. Nel 1897 un gruppo di artisti insoddisfatti si separarono dalla Künstlerhaus, l'associazione degli artisti ufficiale e diedero vita a quella che diventò famosa come Secessione. Il gruppo era capeggiato appunto da Gustav Klimt, allora pittore già famoso con alle spalle una carriera di prestigio, seppure nell'ambito della tranquilla e angusta cultura viennese. 
  Il Movimento, che abbracciava tutto l'orizzonte delle espressioni artistiche e delle arti applicate, si proponeva, ambiziosamente, di svecchiare e ammodernare il gusto estetico in tutti gli aspetti della vita anche quotidiana, dall'architettura alla pittura, alla musica, all'arredamento, perfino all'abbigliamento. In questo nuovo clima nacque la nuova arte di Klimt e compagni che si inserì in quel grande filone che si stava sviluppando in tutta Europa con nomi diversi come Art Nouveau, Liberty, Stile Floreale ecc. caratterizzata da un decorativismo esasperato, bidimensionale, dalle forme stilizzate al massimo e anche un po' superficiale, bisogna dirlo. Ma Klimt riuscì a fare di più: espresse al meglio il clima del suo tempo elaborando una personalissima sintesi tra la cultura simbolista fino ad allora dominante e l'Art Nouveau. Il risultato fu una pittura dove gli elementi decorativi astratti, oro compreso, si intrecciavano con elementi naturalistici in un insieme dal fascino esotico traboccante di voluttuose forme che non chiedevano altro che di piacere e dalle quali emergevano corpi umani che esprimevano tutta la decadenza di quella società che ormai aveva esaurito tutte le sue possibilità e si avviava verso la sua fine per rinascere poi nel nuovo secolo e al prezzo di grandi catastrofi. 
  In questo contesto nascono le donne di Klimt (finalmente ci siamo arrivati) totalmente diverse dalle precedenti nella forma e nella tecnica pittorica che ora è fatta di pennellate franche e vibranti di colori chiari e molli su preparazioni spesso azzurro-verdastre, labbra rosso squillante, capelli infuocati o neri; il tutto ornato di oro e gemme per farne delle figure preziose consapevoli della loro bellezza e di un grande potere di seduzione che sono ben decise a mettere in pratica. Sia che si tratti di figure fantastiche o di ritratti tutte hanno in comune una grande raffinatezza ottenuta attraverso linee morbide e sinuose e un colorismo acceso ma calibrato, intarsiato d'oro tutto rigorosamente bidimensionale. 


G. Klimt - Pallade Atena 1898  (Settemuse.it)

  
  Colpisce per la sua imperiosa presenza la Pallade Atena, per la prima volta una dea non come statua  ma dipinta come donna in carne e ossa, con tanto di armatura ed elmo. Espressione fiera, sguardo gelido, ciò che occorre per affrontare i tempi moderni, l'insieme però è inquietante, minaccioso, beffardo. 

G. Klimt - Nuda Veritas  1899 (Settemuse.it)

 Anche la Nuda Veritas pur essendo un nudo vero e niente affatto ideale, con uno specchio in mano, ha uno sguardo frontale fisso rivolto allo spettatore come a volerlo mettere di fronte a se stesso e dirgli: "Ciò che vedi è quello che è?" A rafforzare il concetto la citazione da Schiller sullo sfondo oro 
 "Non puoi piacere a tutti con la tua azione e la tua arte. Rendi giustizia a pochi. Piacere a molti è male". 
In breve, "Sii te stesso"

 
G. Klimt - Danae 1907 (settemuse.it)

  Più intima e raccolta è la Danae, originale nella posa rannicchiata mentre viene sedotta da Giove sotto forma di pioggia d'oro. L'espressione del viso è serena nel sonno ma la mano contratta rivela che in realtà, forse istintivamente, anche lei partecipa attivamente a quella strana forma di comunione di amorosi sensi. 

 
G. Klimt - Acque agitate 1904 (settemuse.it)


G. Klimt - Pesci d'oro 1902

  E che dire poi di quelle fanciulle ammalianti dai corpi provocanti che nuotano in un mare irreale, quasi magico, non sembrano moderne sirene in attesa di uomini da portare alla perdizione?  E questo ci porta dritti dritti alle figure forse più famose e più riprodotte di Klimt, insieme all'onnipresente "Bacio", le Giuditte, spesso denominate erroneamente Salomé, le Femmes fatales per eccellenza. Klimt ne dipinse due a distanza di otto anni, con notevoli differenze stilistiche. 

 
G. Klimt - Giuditta I 1901

  La Giuditta I ti guarda con occhi socchiusi e la bocca semiaperta in un mezzo sorriso che sprizza desiderio e voluttà, è ancora semi nuda e ingioiellata, l'oro la sommerge, il corpo freme di un godimento intimo che sembra volerti attirare a sé. Ma ti accorgi che non è così quando abbassi lo sguardo e nelle sue mani vedi spuntare dal bordo della cornice la testa mozzata di Oloferne che lei ha appena ucciso e che ora esibisce con macabro orgoglio. Così, semplicemente, senza alcun dramma, ma tutto ha un sottile sapore di morte. 

 
G. Klimt - Giuditta II 1909

  Molto diversa la Giuditta II la quale ha perso ormai le mollezze dorate e languide per assumere un aspetto più spigoloso attraverso una pittura più espressionistica fortemente contrastata. Mantiene, però, l'eleganza nella figura di profilo, tagliente, tutta protesa in avanti con fare da rapace che fugge con la sua preda (la testa di Oloferne) fra gli artigli, lo sguardo perso nel vuoto, tutto il corpo ancora carico di tensione e mezzo nudo a ricordarci con quali mezzi di seduzione è riuscita ad avere la meglio sul Generale nemico. La vittoria dell'intelligenza femminile sulla forza bruta maschile, all'epoca una sorta di tentativo di emancipazione della donna, un tema molto sentito allora. 
  Questo, per grandi linee, il tipo di donne che si affacciavano alle soglie del nuovo secolo nella speranza di un'affermazione nella nuova società che andava delineandosi, la quale lottava, a volte in maniera violenta, per scrollarsi di dosso un passato che sembrava ingombrante, superare un presente incerto e problematico per inseguire un futuro pieno di incognite ma che nelle speranze è sempre luminoso. A tutto questo Klimt seppe dare una forma, una nuova bellezza, un nuovo significato e se a distanza di un secolo la sua arte "decadente" è ancora amata e ammirata un motivo ci sarà...

mercoledì 20 novembre 2013

Il cittadino e l'arte


  Approfitto dello spunto che mi dà un articolo apparso sul "Corriere"  in questi giorni per una breve riflessione sul rapporto fra arte e  cittadino. Lo so, occorrerebbe scrivere un libro intero ma non è il  mio compito né mia intenzione. 
  Si possono dare mille ruoli all'arte,  ognuno di noi ci può vedere una funzione diversa a seconda di ciò che  cerchiamo, di ciò che siamo, di ciò di cui abbiamo bisogno in termini  culturali, psicologici, umani. Dalla semplice curiosità (anche questa  è una grande dote, a saperla sfruttare) alla pura gratificazione  sensoriale; dal desiderio di arricchimento spirituale alla voglia di  vedere espresso di noi ciò che noi non siamo in grado di esprimere a  parole o altro; e così via. L'arte riguarda l'estetica e tutto ciò ad essa riconducibile nella nostra vita e niente altro. Caricarla di  funzioni e problemi estranei al campo estetico come si fa con l'arte contemporanea è una forzatura e ormai se ne vedono tutti gli effetti e tutti i limiti.
  Ho il sospetto che non  si tratti di necessità naturale ma di incapacità di esprimere e  affrontare i problemi della società nelle forme e nei modi più  appropriati. Gli artisti si sentono, o dovrei dire ci sentiamo,  missionari di nuovi modelli culturali, profeti di improbabili verità,  ma spesso sono semplicemente dei produttori seriali di provocazioni  fini a se stesse ma evidentemente tendenti ad attirare l'attenzione su  di sé. Critici, teorici, intellettuali di vario colore e pezzatura,  operatori del settore più o meno interessati e qualche volta un po'  spregiudicati, fanno il resto. 

  L'uomo qualunque di fronte a quest'arte si sente escluso dalla comprensione dei suoi processi creativi, ne accetta passivamente l'esito finale nell'opera d'arte come è giusto che sia,  ma non ne capisce i percorsi che hanno portato fin lì, né la  validità del pensiero, né la ragione e la scelta della realizzazione.  Nei due esempi qui di seguito ci si rende conto che la prima opera è  di facile comprensione anche per i più incolti, tuttavia i più esperti  sanno coglierne altri aspetti più profondi. 



Raffaello Sanzio  (Web Gallery of Art)
J. Kounellis  (La Stampa.it)

  
La seconda è praticamente  incomprensibile a chiunque a prima vista se non è preceduta e seguita  da lunghe ed erudite spiegazioni di natura prevalentemente  concettuale. E se non dimostri di aver capito rischi di essere  guardato male, ti giudicano un poveraccio. Non è certo colpa del pur validissimo Kounellis, importante esponente della cosiddetta arte povera.
  Certamente il tempo non  passa invano e ogni epoca ha la sua cultura estetica fondata su  presupposti in continua evoluzione o creati in base a nuove esigenze e non sempre il cittadino comune è aggiornato in fatto di arte. E poi c'è da chiedersi: ma i principi dell'arte sono sempre validi? E chi  decide quali hanno più valore di altri? Quelli del nostro tempo sono i più giusti?     Dalle diverse risposte a queste domande dipendono le sorti  dell'arte di tutte epoche. La storia insegna, infatti, che la  qualità dell'arte ha avuto alti e bassi nel tempo e questo  indipendentemente dalle vicende strettamente storiche. A brutti  periodi corrisponde a volte un'arte di alto livello ma è vero anche il contrario. 
  Chi visita una mostra (oggi va molto il termine fruitore)  desidera vivere un'esperienza che appaghi i suoi bisogni, le sue  aspettative, le sue curiosità, la sua voglia di novità  compatibilmente con la sua preparazione culturale. Il rapporto con l'arte si fa diretto, la si interroga, si cercano risposte, insomma si tenta di comunicare per conoscere meglio se stessi attraverso gli altri, ma in  modo spontaneo, senza forzature. Con l'arte contemporanea, o con ciò  che così si definisce, però, le cose si complicano, ci si avventura in  un mare di intellettualismo spinto ai limiti dell'astrusità, dove il  concettuale domina incontrastato. 
  In ogni caso il suddetto cittadino  comune  non si pone questi problemi ma bada solo all'esito finale cioè  all'opera e in essa cerca cio' che nei casi migliori non vede e in quelli peggiori non
c'è.
                    

martedì 5 novembre 2013

Balthus – La lezione di chitarra (1934)


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Balthus – La lezione di chitarra (fonte: www.settemuse.it)



  Una strana scena: una donna seduta tiene sulle ginocchia in maniera scomposta una bambina seminuda e la maltratta violentemente, per terra una chitarra e poco distante un pianoforte. Sullo sfondo una parete tappezzata a righe verticali rosse e verdi. Nient'altro. L'immagine è di grande impatto visivo. Ma cosa avrà mai fatto quella bambina per meritare un simile castigo? Cerca di dimenarsi come può ma viene trattenuta per i capelli, sta per cadere e prova ad aggrapparsi alla scollatura della camicetta della sua aguzzina, la tira fino a scoprirle il seno che fuoriesce baldanzoso; ma quella non molla, afferra per una coscia la malcapitata decisa ad andare avanti fino a... Già, fino a dove, fino a cosa? E le cose stanno realmente così?  
  A ben guardare molti dettagli sembrerebbero andare in una altra direzione o in un'altra ancora. In realtà l'ambiguità, credo proprio voluta, regna sovrana. E non tragga in inganno il titolo del quadro: "La lezione di chitarra" (1934), perché qui di musicale non c'è praticamente nulla, nemmeno gli strumenti presenti, la chitarra è chiaramente un giocattolo viste le dimensioni e il pianoforte con quei tasti improbabili non potrebbe mai suonare nulla di decente. Quindi è ovvio che si tratta di una messinscena apparecchiata ironicamente per distogliere l'attenzione da ciò che avviene realmente, ma con l'intenzione scoperta e perfino un po' divertita di metterlo ancora più in risalto per contrasto.
  Possiamo dire che nulla è ciò che sembra tranne l'immaginazione che lentamente si insinua e apre a una probabile interpretazione. Gli occhi socchiusi, le labbra serrate in una smorfia di sottile piacere; e poi quel seno è veramente uscito per caso dal décolleté della presunta insegnante?
  Quella mano che indugia con apparente noncuranza troppo vicina al pube glabro e, anche qui, non casualmente nudo della bambina, per il resto vestita di tutto punto.
  Quell' espressione trasognata e per niente terrorizzata, magari solo un po' stupita di partecipare a quello che sembra più un gioco che comincia a farsi pesante, un gioco proibito.
  La povera ragazzina non poteva immaginare che sarebbe stata lei lo strumento della lezione. Sotto le mani sapienti della donna sente vibrare un mondo nuovo di sensualità nascente. E' smarrita. E' come in un rito di iniziazione, bisogna sottostare al suo svolgimento pena il castigo. Nella stanza aleggia un senso di sottile perversione accentuata da quella posa così teatrale e artificiosa... Ormai la fantasia ha preso il volo ed è facile scivolare in un registro voyeuristico-morboso che il quadro, benché malizioso, non merita o lanciarsi in spericolate argomentazioni da psicanalisti della domenica. L'autore, per sua stessa ammissione, voleva solo suscitare del clamore, attirare l'attenzione e lo ha fatto con quel suo modo un po' serio e un po' beffardo, condensando in una scena così plateale un insieme di sentimenti contrastanti, pensieri torbidi, intime passioni inquietanti. C'è riuscito talmente bene che il quadro, per eccesso di perbenismo un po’ ipocrita è stato esposto pochissime volte e in circostanze particolari. Quasi più criticato che visto. E anche la mostra in corso al Metropolitan Museum of Art di New York è un’occasione perduta per poterlo ammirare. Peccato.
  Il nome Balthazar Klossowsky de Rola probabilmente non dice nulla a tanti, ma Balthus, dal nome con cui veniva chiamato da bambino, forse sì. Dico forse perché, non appartenendo ad alcun filone artistico e restando sempre appartato rispetto al corso dell'arte dell'ultimo secolo, non fa parte dei sentieri d'arte più battuti e più popolari. Eppure chi lo conosce impara presto ad amarlo perché riesce a tenere lo spettatore incollato ai suoi quadri alla ricerca di quel nonsoché che sfugge sempre ma si sa che c'è. Balthus (1908-2001), parigino ma di famiglia aristocratica di origine polacca, artisticamente è un solitario, indifferente ai cambiamenti e alle avanguardie che si andavano via via sviluppando intorno a sé lungo tutta la sua vita, ma che tuttavia non ignorava. Il suo stile è adatto ad esplorare e quindi esprimere un'interiorità arcaica, misteriosa, sensuale, inquietante ma senza dimenticare quella vena ironica che egli sapeva trovare nel fondo delle cose e delle persone, proprio come nella "Lezione di chitarra".