domenica 24 novembre 2019

Trasfigurando



Saggio non è nessuno
che non conosca il buio
che lieve ed implacabile
lo separa da tutti.
Strano, vagare nella nebbia!
Vivere è solitudine.
Nessun essere conosce l'altro
ognuno è solo.
 

H. Hesse


  
  L’aria è ancora frizzante, in un primo pomeriggio di fine inverno, anche se il sole comincia a scaldare, sotto un cielo azzurro intenso con una leggera voglia di turchese come solo al sud si vede, in certe ore. Il silenzio sembra più largo e profondo, appena interrotto da qualche leggero, lontano rumore ovattato che amplifica le distanze.
  L’atmosfera è di quelle che inducono un po’ al torpore, un po’ alla riflessione. A volte ne viene fuori una sorta di più o meno lucida astrazione in cui la realtà trasfigurata acquista un altro aspetto, un altro peso, forse anche un altro valore.
  I pensieri si spogliano per un momento dei veli della quotidianità. Tutto viene filtrato da quel silenzio liberatorio. Si scoprono dettagli prima trascurati o ignorati, si esplorano sentieri mai percorsi, si trovano chiavi di lettura mai immaginate, normalmente.
  È un’atmosfera in cui magari si (ri)affacciano problemi ai quali non hai mai trovato una soluzione, (ri)emergono temi non affrontati, col pretesto che non avevi tempo… e ora che ce l’hai? E con la stessa leggerezza divaghi da un tema all’altro, ipotesi e soluzioni si rincorrono e si accavallano.
  E intanto quelle figure stanno lì, ferme nel loro cammino, non sanno dove vanno, cercano quanto meno un percorso. Eppure ce le ho messe io su quella tela. Sono ancora incompiute nella fattura e nel senso, la meta non si vede e non si sa nemmeno quale sia, sempre che ci sia. 
  Tutto è abbozzato, in attesa che un filo logico o una qualunque motivazione emerga da quel crogiolo di ambiguità, di ignoto, di incertezze da cui esse si sono materializzate. Personaggi in cerca di destinazione, si potrebbe dire, parafrasando altri ben più importanti “Personaggi”. 
  Ma a volte l’arte ha delle ragioni tutte sue che sfuggono alla comune comprensione per cui non c’è da sorprendersi se nemmeno io, al momento, so districarmi da questo groviglio...certo è che non deve essere piacevole, per loro, ritrovarsi in un non luogo, insieme ad altri sconosciuti altrettanto indefiniti, involontari e indifferenti compagni di viaggio, sperando nell'intervento di qualcuno o qualcosa che li “risolva”. Un'incompiutezza che si spera temporanea ma che rischia di divenire lo stato definitivo di un'esistenza. 
  Chi, almeno una volta, non si è sentito magari appagato nel particolare quotidiano ma irrisolto e insoddisfatto nella (e della) vita, nel suo complesso?
  Forse dipende anche da momenti così, banale routine giornaliera interrotta improvvisamente causa sospensione lavori, per mancanza di prospettiva! O forse è il contrario. Certo è che il 'non finito' della vita non è proprio affascinante come il 'non finito' dell'arte il quale suggerisce, evoca più che affermare, permette di cogliere l'essenziale, tralasciando il resto. No, quello è frustrante, genera conflitti tra aspirazioni mancate e rimpianti inutili, tra desideri di rivalsa e rassegnazioni. E senza altri stimoli o nuove motivazioni rischi di perdere quel minimo di personalità faticosamente costruita o di non trovarne mai una, di ricadere o, peggio, di rimanere in quell’anonimato che si vive senza infamia e senza lode, come suole dirsi, basta seguire la corrente.
  D'altra parte la mediocrità è più rassicurante e meno dispendiosa. E soprattutto non richiede particolare coraggio.
  Ma basta divagare, occorre aprire un varco in questo immobilismo sonnolento e lasciare che l’immaginazione segua il suo corso.
  Avrei potuto porli in discesa per agevolargli almeno il cammino - ma no, non si ottiene nulla senza qualche impegno! E poi nell’immaginario figurato per migliorare si sale, non si scende. 
  Prima di fermarsi arrancavano in maniera chi inconsapevole, chi indifferente, chi timoroso. Tutti chiusi, però, un po’ diffidenti. Ma si sa, quasi mai tante solitudini fanno una compagnia. E dire che ognuno di loro sembra che abbia una vita “altrove”, una vita quotidiana che in apparenza vive serenamente, fatta di studio, lavoro, affetti, passioni, contraddizioni, progetti, insomma 'normale'.
  Però si trova anche qui… Avrebbe tante cose da fare, magari si era organizzata la giornata, prima che io lo strappassi alla sua convenzionale esistenza giornaliera. Qui ci si trova soli, senza appigli, a volte senza abbastanza speranze per andare avanti e senza nemmeno nostalgie e rimpianti per tornare indietro.
  La vita ti pone delle questioni quando meno te lo aspetti e soprattutto quando non hai le risposte pronte, non ancora, almeno. Allora devi improvvisare. 
  Ti sembra di vivere in una dimensione particolare, una realtà altra, altro clima, oggi diremmo quasi un “mondo distopico” ma naturale e altrettanto o perfino più reale, forse anche un po’ sgradevole e che mette a disagio. Ogni gesto, ogni scelta si riflette dall’una all’altra. Quelli che sembrano il vero e il verosimile si toccano, si fondono, si scambiano i ruoli, non c’è più differenza.
  A volte non abbiamo il pieno controllo dei nostri pensieri, riusciamo solo a inseguirli un po’ nei loro volteggi vorticosi, magari strappando loro qualche frammento illusorio, tuttavia senza mai riuscire ad afferrarli del tutto. Quelli non hanno regole; o ti adegui o lasci perdere.
  Ma si va avanti, il momento sembra propizio, l’umore un po' meno, però, in questo strano limbo laico dove tutto sembra possibile, tranne il probabile che avrebbe uno spiccato sapore di banalità a cui molti vorrebbero sottrarsi. Sembra di galleggiare in una languida impotenza mentre cerchi di scorgere qualche indizio rivelatore. Bisogna pur trovare la chiave per uscire da questa “impasse” creativa. 
  Intanto il tempo, quello “vero” (ma sarà veramente vero...?!) trascorre inesorabile, le ombre si allungano e devo tentare qualcosa.
  Provo a ravvivare l’ambiente pensando di lavorare un po' sui toni e sull’individualità delle figure, diversificando i tipi, nel tentativo di risvegliare un po’ di lucidità e schiarire qualche idea, poiché al momento perfino i sassi sembrano avere più presenza di tutto il resto che, neanche esso, brilla per vitalità. Eppure sotto questo velo di nebulosa e informe intuizione sembra di intravedere qualche segno, troppo vago, però, per azzardare anche solo un'interpretazione. 
  Cerco più in fondo ma è tutto così sfuggente, ambiguo.
  È difficile mettere a fuoco le idee quando non hai la percezione nitida e non sai a quale realtà esse appartengono. La tela assume i toni e i colori a seconda dei punti di vista che di volta in volta si alternano e passano senza lasciare traccia. Le possibili verità o presunte tali si susseguono, si intrecciano inafferrabili ma nessuna riesce a dare un “peso”, un "segno" alle cose.
  Visto che il panorama generale non aiuta e non determina nulla, provo a entrare nell'ottica delle figure. Ma ancora non c'è spessore neppure lì. Il qualunque fa il paio con l'inutile: a questo punto uno vale l’altro. Un'aria arrendevole che non porta da nessuna parte. Infatti. 
  Sembrano quasi le loro ombre le quali aspirano a qualche consistenza che non riescono a trovare o che nessuno dà loro. Intorno un variegato nulla su cui i pensieri e gli occhi vagano per qualche istante senza ragione.
  I punti di riferimento su cui si costruisce una composizione sono facilmente determinabili, non altrettanto quelli sui quali si fonda il suo senso e quello dei suoi elementi in particolare. Non è detto che nascano sempre insieme contemporaneamente, anche se in questo caso qualche traccia sembra esserci.
  Dapprima un'idea sembra buona, promette interessanti sviluppi, poi quando meno te l'aspetti, prende una piega tutta sua con cui fare i conti per poter proseguire. Cerca un suo come e un suo perché e tu devi assecondarla se vuoi venirne a capo.
  Mi arrampico su per vedere se può esserci qualcosa oltre quel muro e alberi che possa giustificare quella salita, nella speranza di liberare quei poveri malcapitati. Oltre quel limite potrebbe non esserci nulla perché nulla ci ho messo o nulla ho suggerito o lasciato sottintendere. O forse c’è qualcosa che ancora non vedo. Ma forse non lo saprò mai…
  Una lama di luce solare si affaccia nelle vicinanze della stanza per pochi minuti riverberando qualche bagliore prima di proseguire il suo cammino. È un banale dettaglio insignificante ma in un frangente delicato e particolarmente sensibile come questo è sufficiente per avviare un repentino e imprevedibile mutamento.
  Così si interrompe quel peregrinare semi fantastico, l’atmosfera si fa più dorata, l’aria più rarefatta, tutto sembra più chiaro, gli spazi si addensano, in questo nuovo livello in cui si è ora. Le ambiguità si diradano, l’ebbrezza del silenzio rende l’immaginazione più vivace, più reattiva e meno confusa, tutto ora è più credibile e possibile.
  Qualcosa è avvenuto, anche la scena sulla tela assume un aspetto più convincente, nella sua realtà forzata che adesso non è altro che un’estensione o, se preferite, un rivolto dell’altra realtà. Lì, ora, le cose cominciano a prendere quella consistenza che prima non avevano, evidentemente è cambiata l'ottica sotto la quale tutto appare diverso. La composizione può trovare ora una sua logica, qualunque essa sia; e con nuova lucidità (si fa per dire...) posso finalmente rianimare quel gruppo, rendere a ognuno la sua vita, il suo spazio e i suoi tempi. Tutto prende forma in maniera naturale, come se l’avesse sempre avuta e poi… 
  Ma già il vociare e i rumori della strada irrompono ad annunciare che è svanita l’atmosfera ovattata che avvolgeva tutto, finito il viaggio immaginario ma non troppo in quel mondo di lato sempre presente a chi aspira ad esplorare il meno ovvio, nella speranza di cogliere qualche briciola di “altro”.
  Ormai l'incanto è spezzato, si torna all'ordinarietà, a quelle figure che stanno ancora lì ma ora sembrano avere un senso e sono libere di svolgere il loro ruolo.
  Continueranno il cammino ognuno a suo modo, in solitudine, magari con nuove speranze o vecchie certezze ma sicuramente ignare del contrattempo vissuto, vittime inconsapevoli di un altrui momentaneo, straniante smarrimento in un tiepido pomeriggio di fine inverno.




Attraversando il giardino - studio



Attraversando il giardino - studio


lunedì 31 dicembre 2018

Ancora bellezza?...





  In questa fine d'anno, un anno scombinato, caratterizzato da egoismi e insensibilità crescenti, cinismo e indifferenza sempre più estesi, violenza e distruzioni per cause naturali o per mano dell'uomo; un anno così avaro di soddisfazioni che credo proprio sarà rimpianto da non molti; in questi giorni, dicevo, a volte mi chiedo se abbia ancora senso parlare di bellezza in una società così, che sembra faccia di tutto per ricercarla e apprezzarla, nelle intenzioni, salvo poi trascurarla e mortificarla, o addirittura distruggerla, nei fatti. Ma poi mi rispondo che sì, ha senso parlarne, anche se bisogna vedere cosa intendiamo per bellezza. Ogni persona ha una sua idea e quando parla di bellezza si affretta sempre a dare la propria definizione come se fosse quella universale. In realtà non esiste un concetto generale che racchiuda il senso della bellezza, poiché se così non fosse, dovrebbe esistere un modello da seguire, immutabile, mentre sappiamo bene che non è così, l'idea di bellezza varia continuamente nel tempo e nel luogo.
  La bellezza non nasce da un ideale ma da una larga serie di relazioni tra cose (e persone) e contesti diversi, maturati lungo percorsi, spesso lunghi e tortuosi, che attraversano i tempi e le società. Senza contare quel piacere istintivo e inspiegabile che si prova davanti a certe cose e non altre.


A. Bronzino

   Di volta in volta si è identificata la bellezza con l'imitazione sempre più fedele o "nobilitata" della natura; o con la raffigurazione aulica di un ideale, morale o religioso; o ancora con l'espressione, anche cruda, dei moti dell'animo umano; o con la rappresentazione della semplice realtà così come appare. E così via. Cioè la bellezza estetica e la bellezza etica (nelle sue varie componenti e declinazioni: morale, sociale, religiosa, ecc.) per semplificare. L'aspetto esteriore e il contenuto; la prima dà più valore alla superficie, la seconda alla profondità. In effetti, nelle opere d'arte, spesso le due realtà coesistono inscindibilmente e nelle proporzioni più diverse. Anzi è proprio dalla loro sapiente combinazione che sono nati i più grandi capolavori dell'arte. Più la forma aderisce al contenuto e più l'opera acquista bellezza per sintesi. 

D. Hockney

Per la verità ai giorni nostri la bellezza "etica", o tutto ciò che passa sotto questo termine, comunemente inteso come concettuale sembra avere preso il sopravvento, se non proprio l'esclusiva della rappresentazione artistica, delegando al solo contenuto il ruolo di opera compiuta, unica ragione di sé. Anche se poi il potere attrattivo è affidato alla forma, nel tentativo di tradurre la parola in segno (o oggetto o altro) ma che si riduce, spesso, in colpi “ad effetto” volti a generare clamore, con lo scopo di polarizzare l’attenzione sul suddetto contenuto. Secondo questa interpretazione del fare arte, il pensiero non è parte integrante dell'opera ma "è" l'opera, il resto conta poco, in quanto funzione del concetto. Soprattutto in un'epoca dominata dal culto dello sgradevole, del trash, delle disarmonie stridenti, dello splatter, della violenza, delle provocazioni tanto roboanti quanto spesso gratuite, fini a se stesse, di immagini vistose e grossolane in grado di colpire e soddisfare le sensibilità meno evolute, benché istruite, più elementari, alla ricerca di facile popolarità.
  Oggi i cosiddetti 'valori' che contano di più nell'arte sono i più disparati, la cui attinenza al mondo dell'estetica è spesso quanto meno discutibile e attingono ad altri ambiti e attività in nome di una caotica, onnicomprensiva "contaminazione", termine che è diventato un comodo lasciapassare per qualsiasi arbitrio, invece di essere un momento di reale confronto e arricchimento artistico, sociale e culturale. Ma per fortuna non sempre è così… La bellezza, anche estetica, è ancora fonte di ricerca e di ispirazione, la misura della creatività dell'uomo nel cercare di dare una forma alla sua visione delle cose. Perché è il filosofo che esplora gli itinerari del pensiero ma è l'artista, con la sua capacità di percepire e comprendere (anche solo intuitivamente, a volte) la realtà nei suoi differenti aspetti e livelli, che ti accompagna per mano attraverso i sentieri e le forme di un mondo e di un'umanità da scoprire e condividere, alla ricerca di verità e bellezze possibili. L'esperienza sensoriale, in tutte le sue variabili (soggetto, contesto, relazioni...) determina l'estetica, una sintesi formale, cioè si traduce in un linguaggio artistico idoneo a comunicare idee ed emozioni. Poiché nessuna emozione può suscitare ciò che da nessuna emozione è scaturito.


V. Kandinsky

  In fondo, come già detto in altre occasioni, la bellezza non è una qualità oggettiva ma una condizione che si viene a creare per effetto di occasionali o durature interrelazioni fra soggetti, una sorta di empatia che conduce all'appagamento dei sensi e dell'intelletto. La sua forza espressiva stimola la percezione determinando così il suo potere evocativo e comunicativo e, infine, la sua ragione d'essere. Insomma, probabilmente la bellezza non salverà il mondo ma può ricordare a noi, ogni giorno, che anche essa è una ragione per cui provarci.


giovedì 11 maggio 2017

 Safet Zec



 Safet Zec non ha bisogno di presentazioni, è artista di grande spessore, pittore e incisore di altissima qualità. Originario della Bosnia, classe 1943, figlio di un artigiano, legatissimo alla sua terra, dovette abbandonarla, fuggendo in Italia, nel 1992, a causa della guerra nella ex Jugoslavia. A Udine ricominciò da capo, lavorando accanitamente e riuscendo ad ottenere col tempo importanti riconoscimenti. Dopo la fine della guerra riprese i contatti con la sua terra, a Sarajevo, dove riaprì lo studio, diventato centro culturale molto attivo in cui tuttora espone anche le sue opere.
Egli ci mostra le cose nella loro cruda verità, non cerca la poesia, almeno non come la si intende comunemente, ma focalizza la sua attenzione, e la nostra, su un momento, un aspetto particolare, un dettaglio che rivela la vita che scorre, semplice e muta nelle cose; a volte vibrante e passionale, nelle persone; densa di non detti, di accenni, di richiami a riflettere su punti di vista e oggetti apparentemente banali, un raggio di sole su una facciata, un davanzale di finestra, un interno in penombra, una sedia, ecc. Una vita dura, graffiata, ferita ma non vinta, ancorata al quotidiano su cui riversa tutta la sua forza.



 











La dignità dei piccoli, anonimi oggetti, la storia che intuisci in un cesto vecchio e consunto che sembra dirci come il valore non sta nelle cose ma nell'importanza che assumono per chi le possiede, per il ruolo che rivestono e in quei brandelli di vita vissuta della quale rimangono impregnati e che Safet Zec sa trasmettere così bene. Non a caso rappresenta spesso il suo ambiente di lavoro, il suo tavolino con colori e pennelli, in un dialogo continuo con quei mezzi coi quali, poi, si esprime.
C'è sempre un'atmosfera pacata, un gioco di ombre leggere, o di forti contrasti, una calma che invita l'occhio a soffermarsi sui particolari per scoprire qualcosa al di là del loro semplice aspetto.








 Si parla di realismo magico, espressione abusata; di visione metafisica - e anche questa, ormai logora, si affibbia a tutto. Ma forse è solo la semplicità, sia pure apparente, quella semplicità che solo i grandi sanno esprimere, come lui, che racconta l'essenza, l'interiorità dell'uomo attraverso i suoi oggetti d'uso comune, i suoi angoli di vita, i suoi momenti più intensi, la sua quotidianità. Ed è lì che si cela tutta la sua ricchezza umana e culturale e che affiora attraverso i dettagli, il colore a volte crudo, sovrapposto, aspro, sferzato da segni netti, scuri o chiari, indelebili come cicatrici, perentori nella loro corsa sulla superficie, a tentare di definire le figure e gli oggetti.














   O come nelle splendide incisioni, di cui è grande maestro, con quei giochi di luci e ombre che rimandano a Rembrandt, con le linee a volte leggere, morbide, altre volte secche, dure, tormentate, a scavare nel tempo o nel senso delle cose e ancor più degli uomini.







  Quel senso che, per un momento, deve essergli sembrato perduto per sempre, calpestato dalla disumana follia collettiva della guerra da cui fu costretto a fuggire, segnandolo per sempre. Da allora il dolore è stato uno dei temi fondamentali della sua arte. Si manifesta nelle mani, ripetute in maniera ossessiva, mani dalle dita nodose, sfruttate dal lavoro, a volte intrecciate in una tensione disperata, l'immancabile fede al dito, testimonianza di un incrollabile legame affettivo. Oppure a coprire il volto, accentuando e amplificando un'indicibile, profonda sofferenza che per pudore vorrebbero, invece, nascondere...








 Safet Zec mette in scena il dolore delle sue figure in maniera reale, diretta, senza enfasi ma quasi ostentato, sembrerebbe imposto alla nostra attenzione e partecipazione. Senza artifici e senza intermediazioni si offre in tutta la sua forza dirompente di un momento fissato nel suo divenire, altre volte è un silenzio immobile che vibra ancora di un dramma infinito che viene da lontano e che intride anche gli oggetti più umili e semplici.
Ed è sempre grazie a questa sua maestria, dovuta a una lunga e tenace pratica artigianale, che Zec sa tirare fuori forti emozioni da uno sguardo perso in chissà quali pensieri, da un volto oppresso da uno straziante dolore, attimi di un'intensità emotiva impressionante, coinvolgente.

sabato 5 novembre 2016

Frammento


"Un'opera d'arte è soprattutto un'avventura della mente."
E. Ionesco
   
   Tardo pomeriggio di un caldo giorno estivo, un brandello di sole si aggrappa tenacemente all'ultimo tratto di muro disponibile, portando con sé l'elegante silhouette dell'ombra di un grande fiore giallo e rosso di ibisco che sta lì davanti. Pochi istanti ancora, il cammino sta per finire, il tempo vola, il sole deve andare e così l'ombra si dissolve lentamente perdendosi nella luce grigia del crepuscolo, mentre il fiore, come se non potesse sopravvivere alla sua ombra, spegne la sua radiosa bellezza chiudendo la sua già brevissima esistenza.
   Illusorio tempismo, fortunate coincidenze, ricercate corrispondenze, immaginazione visionaria. Può darsi, chissà! Comunque la si pensi, abbiamo di fronte, ancora una volta, una piccola scena che trasmette le potenzialità di un frammento di realtà, insolito, fuori del “nostro” vedere quotidiano, al di là di ciò che per noi è abituale in quanto dato per già acquisito.
   Ma la realtà, a volte, ha bisogno di un pretesto per non essere o, meglio, per non apparire banale e quelle “strane occasioni” spesso ne forniscono uno. Un'illusione che si fonde col reale, svelando aspetti dell'essere che generalmente passano inosservati ma che un occhio attento e un'immaginazione aperta possono cogliere facilmente e comunicare. E là dove l'immaginazione dà il meglio di sé è l'arte, ovviamente. Immaginare, cioè pensare per immagini creandone di nuove, un'attitudine sempre meno sfruttata, quasi in via di estinzione, sostituita da immagini preconfezionate fornite in grande quantità dai media. Quasi un paradosso nell'epoca delle immagini.
   Così, attraverso una strana, presunta, apparente relazione e un reale legame si può riscoprire qualche aspetto delle cose, apprezzarne il senso e l'essenza per una possibile verità di quel momento. Questo non vuol dire falsare la realtà (vedi surrealismo e tutti i suoi derivati, anche contemporanei) o interpretarla in maniera più o meno arbitraria (tipo espressionismo in tutte le salse), né tanto meno nasconderla dietro cervellotici concettualismi, spesso tanto pretenziosi quanto ridicoli, ma osservare le cose in maniera più… semplice, elastica e creativa e stabilire con esse un muto dialogo che va oltre la comune “logica delle cose”, come si suol dire quando si vuole indicare una consuetudine, un codice accettato e condiviso dai più. Forse non pensava a qualcosa di molto lontano da questo, Pablo Picasso, quando diceva che “l'arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità”. Certo, le sue ragioni e i suoi obiettivi erano ben diversi…
   Scoprire l'importanza delle cose non per ciò che sono ma per ciò che significano in un particolare contesto o in certe condizioni, è una forma di ricerca di un rapporto da condividere sotto forma di emozione, riflessione, da tradurre in immagine o viceversa. Un significato senza alcun carattere simbolico e relativa raffigurazione. Infatti, al contrario, il simbolo assume su di sé tutti i risvolti della realtà che pretende di rappresentare e restituisce una più generale, ideale "verità" uguale per tutti. Ma anche questa è un'illusione, una bugia che amiamo raccontarci per poter credere a delle categorie di appartenenza, per avere idee superiori che accomunano. Ed essendo un'illusione può contribuire, anch'essa, in piccola misura, ad arricchire l'immaginazione.
   Dunque un'immagine può avere differenti significati, in diverse ottiche, ambiguità, senza per questo cadere in contraddizioni o incoerenze. Perché così è la realtà, in positivo o in negativo, a seconda dei punti di vista. È viva e varia, tutta da esplorare, e lo sarà finché il nascere o l'appassire di un fiore non sarà mai considerato un fatto comune, banale ma un piccolo evento capace di suscitare ancora un'emozione.

“...se vi preme capire com’è davvero il mondo, dovete interessarvi ai diversi modi in cui vengono create le immagini.”
David Hockney

La donna riflessa nello specchio e quella che lo pulisce dovrebbero essere la stessa persona e forse lo sono ma non nella comune “logica delle cose”...

Lo specchio



Un'attesa



Gioco di bimba


lunedì 23 maggio 2016

Realtà e rappresentazione


  Le immagini, grazie alla tecnologia, ormai hanno invaso e condizionato la nostra vita a tutti i livelli. La riproducibilità a buon mercato e la conseguente diffusione di massa (temi tanto cari ai cultori della cosiddetta arte pop) ha, sì, reso accessibili e manipolabili le immagini a tutti e questo è bene ma, estremizzando, in molti casi, ne ha anche banalizzato il contenuto non elevandolo a icona di consumo, come si dice sempre, ma svilendone il significato e il valore, ovviamente a seconda dell'uso che se ne fa. Così finiamo per concedere loro occhiate rapide e distratte come se fossero scontate o superflue, non degne di un interesse che non sia breve e superficiale. Un esempio potrebbe essere l'immagine pubblicitaria ripetuta ossessivamente e incessantemente a dosi sempre maggiori per ottenere un briciolo d'attenzione. Ma è curioso anche il fenomeno della street art (detta così fa tanto fine...) in cui un'immagine su un muro, che si guarda appena passando, acquista valore e dignità quando viene ripresa e diffusa da altri media, insomma l'immagine dell'immagine, citazioni comprese. E dire che anche qui ci sono dei veri e propri talenti (pochi, per la verità) che non hanno altro modo di far conoscere la loro arte, per necessità o per scelta. E questo potrebbe spiegare, forse, l'ansia di voler connotare fortemente queste immagini attraverso forzature grafiche o tormentoni musicali, nel caso della pubblicità, o altre stravaganze varie, sperando di fare breccia non per persuasione ma per sfinimento, clamore o provocazione. Di fronte a tanta dozzinalità e conseguente caduta di gusto si spalancano le porte del qualunquismo estetico, quindi artistico, è superfluo anche dirlo, basta guardarsi intorno. L'originale si perde nel bizzarro, il bello nel grottesco, il valore nella superficialità.
  Ma la ricerca dei possibili modi di percepire o intendere la realtà implica esplorare, cioè andare oltre la superficie, penetrare in quello stato di apparente 'anonima esistenza' del reale per giungere alla 'viva presenza' . Ridare un significato alle cose, anche alle più umili e banali, scoprirne o riscoprirne le relazioni nei diversi contesti, perché è solo nel rapporto con "l'altro" che si ha la misura delle cose e degli uomini. Il "bello" non è una qualità ma un atteggiamento mentale, una forma di appagamento, un'emozione definita dal rapporto con ciò che ci circonda. 

Forse sono idee inattuali...o forse no.



L'arte che cita l'arte che a sua volta cita...l'arte, in un gioco di rimandi da un piano materiale (le case), a uno estetico-intellettuale (graffito-Botticelli), ad uno spirituale (il tempio), il più lontano. Ma forse è solo un paesaggio urbano.

Urban landscape - Paesaggio urbano







L'ottusa quiete delle rocce viene interrotta dall'inaspettata presenza delle scarpe femminili ma queste, soprattutto, evocano una più enigmatica presenza-assenza.

The shoes - Le scarpe






lunedì 17 novembre 2014

B. Cugusi un artista poco conosciuto

In poco più di una decina d'anni, fino alla morte, nel 1942, si svolse la maggior parte della breve e sfortunata carriera di un artista di grande spessore, il pittore Brancaleone Cugusi nato a Romana in provincia di Sassari nel 1903. Un pittore troppo in fretta dimenticato o mai abbastanza stimato e di conseguenza oggi quasi sconosciuto ai più. Eppure le sue opere sono di una qualità tale da farne uno dei protagonisti dell'arte degli anni '30, un periodo caratterizzato ancora dal cosiddetto "ritorno all'ordine" di cui si fece interprete principale il movimento "Novecento". I valori a cui si faceva riferimento comprendevano la semplificazione formale ispirata ai primitivi giotteschi fino alla purezza di Piero della Francesca, nell'affermazione di quei valori morali e sociali che si rifacevano alla famiglia, al lavoro e poi alla classicità e grandezza del passato. Cugusi non si sottrasse a questa influenza ma nella sua pittura non c'era nulla di ideologico solo il desiderio di esprimere l'interiorità dei suoi personaggi, la loro dignità, la loro forza morale, la loro fragilità, la loro fierezza, ecc. E per farlo si servì di tutti i mezzi della pittura tradizionale e del linguaggio più adatto a rendere la drammaticità così apparentemente pacata e silenziosa che emanano i suoi quadri. In prevalenza si tratta di ritratti di parenti, amici e conoscenti più alcuni paesaggi solitari, cupi e tristi dalle tonalità dorate in atmosfere crepuscolari. Ma il suo interesse maggiore è sicuramente per la figura umana che rappresenta nelle pose e nei gesti più semplici e naturali ma con un impianto solido e forme precise e nette che emergono da sfondi scuri e anonimi  di una povertà che contrasta con i personaggi in primo piano, sempre di grande ricchezza di forme e colore. Personaggi che negli occhi hanno sempre un velo di malinconia mal celata, quasi mai un'espressione serena in quei volti su cui si legge un'inquietudine interiore, spesso una rassegnazione alla propria condizione vissuta, però, con dignità e consapevolezza. Fin dai primi quadri si nota che Cugusi lascia alla luce il compito di costruire drammaticamente tutta la figura attraverso contrasti netti, è stato detto una luce"caravaggesca", anche se con una pittura levigata e ferma che man mano si fa sempre più materica, prima a mezza pasta, poi a tutta pasta, che rende la superficie ruvida e scabra, la luce sempre più intensa a creare contrasti sempre più forti e ritmi serrati, spesso favoriti dai panneggi sapientememnte organizzati, tutto immerso in un gioco di luci e ombre di grande ricchezza tonale, che creano tensione e costruiscono lo spazio contribuendo a definire drammaticamente i volumi, cosicché le figure, a volte colpite, altre volte accarezzate da quella luce così interiorizzante, possano risaltare in tutta la loro vibrante e palpitante umanità. La vita non fu generosa con Cugusi. Dopo mille difficoltà, spostamenti e disagi, a causa del rifiuto di un sostegno da parte della famiglia benestante, proprio quando le sue ricerche cominciavano a dare i loro frutti, la malattia se lo portò via, a 39 anni, alla vigilia di quella tanto sospirata grande mostra che lo avrebbe dovuto lanciare verso le vette del panorama della pittura italiana dell'epoca.

B. Cugusi - Il fratello Guglielmo 1935
  
B. Cugusi - Contadino in verde 1938

B. Cugusi - Paesaggio lacustre 1934

B. Cugusi - Giovane col mantello 1940

B. Cugusi - Giovane vinto dalla vita 1941


B. Cugusi - Giovane con l'impermeabile 1941

B. Cugusi - Ritratto di Antonello Zintu 1941

sabato 31 maggio 2014

La pittura, strumento sempre attuale

  Da tempo ho l'abitudine di chiedermi, ad intervalli più o meno regolari, se la pittura abbia ancora delle possibilità espressive che valga la pena di esplorare e la risposta è sempre "sì", ogni volta più fermo e convinto che mai, a dispetto di quanti pensano e vogliono far credere che dipingere sia anacronistico e inutile e che tutto sia già stato detto. Si è parlato addirittura di morte della pittura nei momenti di massimo delirio "concettuale". Per fortuna sappiamo che non è così e oggi si è più cauti nel formulare giudizi così drastici e avventati. D'altra parte è noto che gli uomini hanno cominciato a comunicare tramite immagini prima che con le parole. E poi immaginare, figurarsi, sognare, prevedere ecc. sono termini che implicano l'uso di immagini, la stessa cosa dicasi per le allegorie e certe metafore. Insomma non si può fare a meno delle immagini e quindi anche dei mezzi atti a produrle, fra i quali, appunto, la pittura.
  Poco importa che ci siano anche altri mezzi più moderni, tecnologicamente avanzati, apparentememnte più adeguati ai nostri tempi, anche col rischio reale della banalizzazione dell'immagine.
 Ognuno sceglie il mezzo più adatto per sé e dipingere è ancora il sistema creativo più versatile e flessibile che io conosca. E forse oggi è ancora più impegnativo di un tempo poiché non si tratta più di imitare al meglio la natura o i sentimenti, né di cercare una vagheggiata, ipotetica bellezza ideale, ancor meno narrare vicende epiche, storiche o religiose, sia pur con tecniche e linguaggi nuovi.
  No, oggi l'uomo cerca se stesso dopo essere sparito brutalmente dal centro dell'universo insieme alle sue certezze e le sue manie di onnipotenza. Nell'ultimo secolo, oltre alle grandi conquiste scientifiche e tecnologiche, ha trovato solo bruttezza, caos, dubbi, insicurezze, angoscia e paura di perdersi definitivamente, complici i disastri bellici che conosciamo. Per non parlare delle grandi ideologie e utopie varie dimostratesi alla lunga tanto fallimentari quanto dannose. E non posiamo sperare di trovarlo nei grandi ideali di una volta che hanno dimostrato tutta la loro illusorietà e inadeguatezza ai nostri tempi.
  La nostra vita è diventata un misto di speranza e pessimismo, moralismo e libertinaggio, impegno e qualunquismo, tutte cose ovviamente incompatibili e quindi sempre in conflitto fra loro. Un conflitto che si riflette nella vita di tutti i giorni e che possiamo osservare in quasi tutto ciò che facciamo.
  E forse è qui che bisogna cercare, fra le pieghe della quotidiantà dove riusciamo a dare contemporaneamente il meglio e il peggio di noi, in un magnifico gioco di contrasti accesi o vuoti piatti e monotoni, assembramenti caotici o desolate solitudini.


Natura morta - Rifiuti





  Non c'è tempo né spazio per le vie di mezzo. Se sei saggio sei banale, se sei eccentrico ed estremo allora sei originale, eccedi sempre e sarai lodato, grida più che puoi se vuoi essere ascoltato. Compra a caro prezzo sentimenti falsi e ignora chi vorrebbe donartene uno vero, la riconoscenza è troppo grande per entrare in un portafoglio. La vita ti sorride ma cosa vorrà in cambio, hai ancora un'anima da vendere?
  I giorni volano in fretta, la meta è lontana ma forse non esiste nemmeno, è solo un'illusione, una delle tante che però sembrano vere. Così come nella realtà vera si nascondono trucchi e inganni che forse non vedrai mai o non vorrai vedere mai; la felicità è fatta di piccole cose, specie se si possono fumare... (!) E per alcune certezze che ancora reggono, molte altre si incrinano e in breve crollano, non credi in Dio tanto sai che lui ti perdona. Ma non sarà lui, questa volta, a cacciarti dal tuo Eden, occorre un po' di indulgenza con chi continua, imperterrito, a voler cogliere i frutti velenosi in un giardino di sogni coltivati male.



Nudo

Sì, è proprio qui che bisogna cercare, dietro le facciate vistose o eleganti, aggressive o rassicuranti, le immagini, le forme e i colori per pensieri nuovi e passioni antiche e insieme moderne. E la pittura è il mezzo più adatto per ottenere tutto questo perché può arrivare là dove nessun concettuale più o meno erudito, provocatorio o minimale, sia mai arrivato o possa solo pensare di arrivare.